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Papiro di Artemidoro

Il reperto noto come “Papiro di Artemidoro è parte del patrimonio archeologico nazionale dal 2004, quando fu acquistato della Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo. Originariamente il papiro era contenuto dentro un Konvolut di papier mâché e fu acquistato ad Asyût nella prima metà del Novecento dal collezionista Saiyid Khâshaba Pasha. Esportato nel secondo dopoguerra con regolare licenza dall’Egitto, arrivò in Germania nel 1971 dove dieci anni dopo fu smontato a Stoccarda, ricavandone circa duecento frammenti appartenenti a vari e diversi documenti che furono trasferiti per qualche tempo presso l’Università di Treviri e in seguito recuperati dal proprietario, che li detenne fino al momento della cessione.
Il restauro e la ricomposizione furono effettuati presso il Laboratorio di Papirologia dell’Università di Milano, dove fu avviato lo studio di dettaglio supportato da una serie di indagini diagnostiche anche al fine della determinazione cronologica 14C del supporto che indica per il taglio del papiro una data fra il 15 e l’85 d.C.
Lo spezzone di rotolo porta sul Recto i disegni di due visi nell’agraphon, indi tre colonne di testo, poi una carta geografica, cui seguono altre due selides e infine una ventina di immagini tra cui teste umane, mani e piedi. Sul Verso si vedono una quarantina di figure di animali reali e fantastici. Le colonne di testo e la mappa sul recto, i disegni di animali sul verso e quelli di figura sul recto sono le quattro componenti fondamentali dello straordinario manufatto e su questi elementi si basa l’interpretazione formulata sulla base del complesso studio, in cui si cerca di comprendere se e come i vari elementi portati dal rotolo consentano di costruire relazioni diverse tra gli elementi (testo, carta, disegni) e di ammettere impieghi successivi del rotolo sulla base delle diverse mani dei disegnatori. Poiché le cinque colonne del testo contengono l’inizio del libro II dei Geographoumena di Artemidoro di Efeso, dedicato alla Penisola Iberica, è pressoché certo che la carta situata fra col. III e col. IV fosse connessa con lo scritto e che dunque il rotolo portasse una copia del II libro destinata ad essere corredata di carte.
La natura composita e stratificata del papiro di Artemidoro risulta con evidenza nell’editio princeps del 2008 (Il Papiro di Artemidoro, ed. da C. Gallazzi, B. Kramer, S. Settis, Milano 2008), in cui è offerta una chiave di lettura articolata sull’eterogeneo contenuto iconografico, storico ed esegetico, con approfondimenti su argomenti di natura e organicità diversa che pongono in evidenza la complessità di lettura e interpretativa del reperto. Chi non crede all’autenticità del papiro si muove invece intorno a un’idea di unità costituita dalla straordinaria cultura e capacità grafica di un eccentrico falsario, che Luciano Canfora nei suoi studi riconosce nel greco Costantino Simonidis (1820-1890)

Il futuro allestimento
Il papiro sarà conservato in una teca che risponde ai criteri di più efficace conservazione del reperto e nel contempo consentirà al pubblico di disporre della migliore condizione di visibilità e favorirà il contatto con l’opera consentendone la visione da entrambi i lati. Uno spazio sarà dedicato alla proiezione di un filmato che racconterà attraverso immagini e la voce di uno o più personaggi narranti le straordinarie vicende del papiro, le sue cosiddette “tre vite”, affrontando in modo chiaro e rigoroso il problema dell’autenticità. I pannelli tratteranno in forma sintetica e ugualmente chiara e rigorosa, i diversi e compositi filoni di ricerca scientifica che le molte pubblicazioni hanno già evidenziato, predisponendo apposite postazioni multimediali che permetteranno al visitatore di scegliere quanti e quali di essi approfondire.

Archeologia a Torino

Il Museo di Antichità di Torino prepara la sua terza sezione dedicata all’archeologia della città, intenzionalmente non inserita nel Padiglione del Territorio piemontese progettato dagli architetti Roberto Gabetti e Aimaro Isola e inaugurato nel 1998, dove si espongono i ritrovamenti del territorio piemontese, ad eccezione appunto di Torino

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